L’importanza di chiamarsi Elvis Costello

di Redazione

Fonte: La Repubblica - 29/05/2016

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Il punk che amava la classica racconta il magico mondo della musica Dalle sbornie tristi di papà a quella volta che chiese a Tom Waits di andare in tv
ALCUNI DEI MIEI PRIMI RICORDI SONO MIO PADRE che arriva a casa con un enorme animale di peluche sotto il braccio o un asinello di gesso dipinto che mi aveva promesso mi avrebbe portato da un tour in Irlanda. Ho invece una foto, ma nessun ricordo, di mia madre con me neonato sulla sabbia di Douglas, nell'isola di Man, dove mio padre era andato a suonare negli anni Cinquanta. Nella foto mia mamma porta una collana di perle ed è truccata, ma di fatto non era una vita così brillante. I membri della band dovevano cambiarsi di continuo i vestiti sudati in camerini gelidi o troppo caldi o stavano schiacciati come sardine nei trasferimenti notturni su pullman pieni di spifferi lungo nebbiose strade statali e interstatali. Mi ricordo di una sera in cui mia madre mi aveva permesso di restare sveglio fino a tardi per guardare papà a Come Dancing. All'epoca era un programma in diretta che non c'entrava niente con i finti provini alle celebrità. Era solo una gara tra squadre di ballo amatoriali, per cui sapevo che papà avrebbe avuto pochi momenti in cui cantare, ma era comunque una novità vederlo in televisione.


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